Pronto chi parla? - Nostra inchiesta sui telesegreti
Le manovre di guerra e pace telefonica (tra una frode e l’altra)
Mentre Silvio Scaglia respinge ogni accusa, il giudice per l’indagine preliminare prende tempo: aspetta almeno due giorni prima di decidere se commissariare o no Telecom Italia Sparkle e Fastweb. Una breve pausa per magistrati e avvocati. Non per gli eserciti e i cavalieri di ventura che combattono questa lunga e sanguinosa guerra dei telefoni. La frode carosello accende i riflettori su un mondo oscuro, anche se viaggia dentro la fibra ottica con la rapidità di un lampo. L’oscurità è nella tecnologia. Ed è nell’organizzazione.
10 AGO 20

Mentre Silvio Scaglia respinge ogni accusa, il giudice per l’indagine preliminare prende tempo: aspetta almeno due giorni prima di decidere se commissariare o no Telecom Italia Sparkle e Fastweb. Una breve pausa per magistrati e avvocati. Non per gli eserciti e i cavalieri di ventura che combattono questa lunga e sanguinosa guerra dei telefoni.
La frode carosello accende i riflettori su un mondo oscuro, anche se viaggia dentro la fibra ottica con la rapidità di un lampo. L’oscurità è nella tecnologia. Ed è nell’organizzazione. Tutti pensiamo che parlando al telefono o collegandoci a un computer siamo in relazione con la compagnia alla quale paghiamo la bolletta. Invece entriamo in una porta che ne apre altre, a noi del tutto sconosciute. Qui nascono le cosiddette cartiere (società che emettono fatture false) oggi sotto accusa. Della loro esistenza molti sapevano e facevano finta di non sapere, dicono gli esperti, anche perché alcune di queste operazioni erano consentite, a cominciare dall’evasione Iva. Lo dimostrano, del resto, i pareri di superavvocati come Guido Rossi o super fiscalisti come lo studio Vitali e associati. Allora perché tutto scoppia proprio adesso?
La frode carosello accende i riflettori su un mondo oscuro, anche se viaggia dentro la fibra ottica con la rapidità di un lampo. L’oscurità è nella tecnologia. Ed è nell’organizzazione. Tutti pensiamo che parlando al telefono o collegandoci a un computer siamo in relazione con la compagnia alla quale paghiamo la bolletta. Invece entriamo in una porta che ne apre altre, a noi del tutto sconosciute. Qui nascono le cosiddette cartiere (società che emettono fatture false) oggi sotto accusa. Della loro esistenza molti sapevano e facevano finta di non sapere, dicono gli esperti, anche perché alcune di queste operazioni erano consentite, a cominciare dall’evasione Iva. Lo dimostrano, del resto, i pareri di superavvocati come Guido Rossi o super fiscalisti come lo studio Vitali e associati. Allora perché tutto scoppia proprio adesso?
Gli amanti dei complotti rispondono: perché c’è chi vuole stipulare una pax telefonica capace di metter fine a tredici anni di battaglie senza esclusione di colpi e chi, invece, si oppone; magari pensando che la somma di tante debolezze e divisioni diventi una forza per un abile timoniere, maestro di galleggiamento. La risposta più semplice e forse la più veritiera è: perché adesso i magistrati pensano di avere le prove dei misfatti.
L’inchiesta va avanti da quattro anni e il primo odore di marcio risale al 2007. Ciò vale per Fastweb, tanto da mettere alcuni in sospetto che Scaglia abbia venduto la propria quota a Swisscom nella primavera di quell’anno, temendo di rimanere bruciato. E qualcosa si doveva sapere anche in Telecom Italia. Il 2007 è un anno di transizione, quando matura l’uscita di Pirelli e l’ingresso degli spagnoli. Nell’ottobre 2006 è tornato al vertice Guido Rossi dopo che Marco Tronchetti Provera, al termine di una escalation di attacchi e contrattacchi, decide di mollare.
Quando nasce il groviglio finanziario
La sequenza è impressionante e rende l’idea del groviglio che soffoca Telecom. Tronchetti cerca di allearsi con AT&T, ma viene fermato. L’allora ambasciatore americano Ronald Spogli scrive sul Corriere della Sera: “La rinuncia di AT&T esprime chiaramente il timore di investire in un mercato dove le regole sono imprevedibili”. Tronchetti incontra Rupert Murdoch e suscita reazioni ostili, a cominciare dai consiglieri indipendenti. Il magnate australo-americano, fiutata l’aria, si tira fuori. Negozia un’intesa con Telefonica, però spunta l’interesse nazionale.
La stampa pubblica il piano di Angelo Rovati, consigliere di Romano Prodi, per lo scorporo della rete, mentre continua il rombo delle inchieste sulla rete Tavaroli. Il 15 settembre 2006, Tronchetti si dimette in aperto dissenso con Prodi e il governo. Viene sostituito da Guido Rossi il quale, come prima mossa, crea un patto di sindacato tra Mediobanca, Generali e Olimpia (ex scatola finanziaria di Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti, controllata poi da Pirelli, Benetton, Unicredit e Intesa). In modo da mettere al sicuro il 23 per cento che controlla Telecom Italia.
Le voci di scalate, attacchi, vendite, sono un po’ vere e un po’ false, ma l’avvocato Rossi non è tipo da prenderle sotto gamba.
L’inchiesta va avanti da quattro anni e il primo odore di marcio risale al 2007. Ciò vale per Fastweb, tanto da mettere alcuni in sospetto che Scaglia abbia venduto la propria quota a Swisscom nella primavera di quell’anno, temendo di rimanere bruciato. E qualcosa si doveva sapere anche in Telecom Italia. Il 2007 è un anno di transizione, quando matura l’uscita di Pirelli e l’ingresso degli spagnoli. Nell’ottobre 2006 è tornato al vertice Guido Rossi dopo che Marco Tronchetti Provera, al termine di una escalation di attacchi e contrattacchi, decide di mollare.
Quando nasce il groviglio finanziario
La sequenza è impressionante e rende l’idea del groviglio che soffoca Telecom. Tronchetti cerca di allearsi con AT&T, ma viene fermato. L’allora ambasciatore americano Ronald Spogli scrive sul Corriere della Sera: “La rinuncia di AT&T esprime chiaramente il timore di investire in un mercato dove le regole sono imprevedibili”. Tronchetti incontra Rupert Murdoch e suscita reazioni ostili, a cominciare dai consiglieri indipendenti. Il magnate australo-americano, fiutata l’aria, si tira fuori. Negozia un’intesa con Telefonica, però spunta l’interesse nazionale.
La stampa pubblica il piano di Angelo Rovati, consigliere di Romano Prodi, per lo scorporo della rete, mentre continua il rombo delle inchieste sulla rete Tavaroli. Il 15 settembre 2006, Tronchetti si dimette in aperto dissenso con Prodi e il governo. Viene sostituito da Guido Rossi il quale, come prima mossa, crea un patto di sindacato tra Mediobanca, Generali e Olimpia (ex scatola finanziaria di Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti, controllata poi da Pirelli, Benetton, Unicredit e Intesa). In modo da mettere al sicuro il 23 per cento che controlla Telecom Italia.
Le voci di scalate, attacchi, vendite, sono un po’ vere e un po’ false, ma l’avvocato Rossi non è tipo da prenderle sotto gamba.
Nel febbraio 2007 Telefonica si sostituisce a Olimpia e di lì a due mesi viene ristrutturata la proprietà, concentrata in Telco, società attraverso la quale gli spagnoli (con il 46 per cento), Generali (con il 30), Mediobanca e Intesa con l’11,57 ciascuna, controllano poco meno di un quinto dell’intera compagnia. Per circa un anno, dunque, l’azienda vivacchia appesa a questa sarabanda di colpi di scena e mutamenti della proprietà. Una incertezza gestionale che dura fino a dicembre, quando arriva Franco Bernabè voluto da Cesare Geronzi (Mediobanca) e Giovanni Bazoli (Intesa) e gradito a Telefonica.
Guido Rossi ha portato in azienda un ex maresciallo della Finanza che già aveva lavorato per la magistratura milanese ai tempi di Tangentopoli: è Federico D’Andrea, al quale viene affidata l’analisi dei conti interni. L’audit passa in esame anche Sparkle, ma, scrive Antonella Olivieri sul Sole 24 Ore, conclude con una “piena assoluzione”. Curioso che il gip nella sua ordinanza, citi un audit il quale avrebbe messo in guardia da traffico telefonico che può non corrispondere a servizio effettivamente erogato. Ma Bernabè ha grande esperienza e spiccata capacità nel dipanare le matasse anche le più aggrovigliate. Lo ha dimostrato all’Eni all’indomani dello scandalo Enimont. Anche dal punto di vista del rigore, offre ampie garanzie. Come sia stato capace di far pulizia, tagliare rami secchi e teste a tutti i livelli dell’impresa, in stretta collaborazione con i magistrati, tutti lo ricordano. Al suo orecchio arriva notizia che c’è qualcosa di sospetto in Sparkle? Forse. Tuttavia, mentre alla presidenza si sono succeduti diversi manager, tra i quali Riccardo Ruggiero (oggi indagato), l’amministratore delegato Stefano Mazzitelli (ora in prigione) rimane al suo posto fino a settembre 2009, quando viene spostato. In quello stesso autunno Telecom è consigliata di liberarsi di alcuni asset per ridurre un indebitamento pesante. Tra questi c’è anche Sparkle. Ma l’ad lascia cadere.
Guido Rossi ha portato in azienda un ex maresciallo della Finanza che già aveva lavorato per la magistratura milanese ai tempi di Tangentopoli: è Federico D’Andrea, al quale viene affidata l’analisi dei conti interni. L’audit passa in esame anche Sparkle, ma, scrive Antonella Olivieri sul Sole 24 Ore, conclude con una “piena assoluzione”. Curioso che il gip nella sua ordinanza, citi un audit il quale avrebbe messo in guardia da traffico telefonico che può non corrispondere a servizio effettivamente erogato. Ma Bernabè ha grande esperienza e spiccata capacità nel dipanare le matasse anche le più aggrovigliate. Lo ha dimostrato all’Eni all’indomani dello scandalo Enimont. Anche dal punto di vista del rigore, offre ampie garanzie. Come sia stato capace di far pulizia, tagliare rami secchi e teste a tutti i livelli dell’impresa, in stretta collaborazione con i magistrati, tutti lo ricordano. Al suo orecchio arriva notizia che c’è qualcosa di sospetto in Sparkle? Forse. Tuttavia, mentre alla presidenza si sono succeduti diversi manager, tra i quali Riccardo Ruggiero (oggi indagato), l’amministratore delegato Stefano Mazzitelli (ora in prigione) rimane al suo posto fino a settembre 2009, quando viene spostato. In quello stesso autunno Telecom è consigliata di liberarsi di alcuni asset per ridurre un indebitamento pesante. Tra questi c’è anche Sparkle. Ma l’ad lascia cadere.
Bernabè è in ben altre faccende affaccendato. Sparkle è una società sensibile perché collega la rete internazionale e i cavi che passano attraverso il Mediterraneo fino in Israele e in medio oriente, tuttavia rappresenta una quota piccola nel bilancio della compagnia. E i profitti realizzati non pagando l’Iva sono una goccia nel mare: 72 milioni in tre anni, basti ricordare che il margine operativo lordo arriva a 11 miliardi l’anno. In ogni caso, i bilanci 2006, 2007, 2008 vengono tutti analizzati, certificati, firmati, senza che nulla venga in superficie.
Segreti e misteri. Repubblica ha una spiegazione chiara e distinta: vengono a galla le magagne delle precedenti gestioni piene di “aree grige”. Così scrive Giovanni Pons, e si chiede: “Bernabè affonderà il colpo con azioni di responsabilità sollevando così il coperchio sulla reale attendibilità dei conti Telecom?”. Il giornalista che da anni segue il feuilleton telefonico italiano, insiste nel puntare il dito su “una sorta di gentlemen’s agreement tra Bazoli e Geronzi volto a non gettare fango sulla gestione precedente”. Accordo apertamente smentito da Tronchetti. Che ci siano pesanti eredità da smaltire non c’è dubbio. Dalla matrigna di tutte le privatizzazioni, quella del 1997 brevemente gestita dall’onnipresente Guido Rossi, attraverso la scalata Colaninno tutta a debito, e la fusione Telecom-Tim conseguenza di una integrazione fisso-mobile rimasta a metà, di zavorra ne è stata gettata molta nei bilanci.
Segreti e misteri. Repubblica ha una spiegazione chiara e distinta: vengono a galla le magagne delle precedenti gestioni piene di “aree grige”. Così scrive Giovanni Pons, e si chiede: “Bernabè affonderà il colpo con azioni di responsabilità sollevando così il coperchio sulla reale attendibilità dei conti Telecom?”. Il giornalista che da anni segue il feuilleton telefonico italiano, insiste nel puntare il dito su “una sorta di gentlemen’s agreement tra Bazoli e Geronzi volto a non gettare fango sulla gestione precedente”. Accordo apertamente smentito da Tronchetti. Che ci siano pesanti eredità da smaltire non c’è dubbio. Dalla matrigna di tutte le privatizzazioni, quella del 1997 brevemente gestita dall’onnipresente Guido Rossi, attraverso la scalata Colaninno tutta a debito, e la fusione Telecom-Tim conseguenza di una integrazione fisso-mobile rimasta a metà, di zavorra ne è stata gettata molta nei bilanci.
La guerra dei telefoni dura da dieci anni. Adesso sembra arrivato il tempo di stipulare una vera pace. Il progetto al quale si sta lavorando, con il consenso degli azionisti di riferimento, a cominciare da Geronzi e Bazoli, prevede la fusione con Telefonica, attraverso la creazione di una nuova società veicolo nella quale confluiscono le azioni dei rispettivi azionisti. La scatola finanziaria controlla una holding chiamata Telecom Europa ed essa a sua volta ha in pancia due imprese: la prima con le attività spagnole, sud americane ed europee, la seconda con quelle italiane. Compresa la rete fissa? In un primo momento sembra di sì. Ma il governo italiano dichiara strategica l’infrastruttura telefonica. Quindi, l’ipotesi più probabile è che nasca una società nuova alla quale affidare la rete, sul modello di Terna. Ad essa dovrebbero partecipare importanti investitori privati e pubblici. Questa proposta non piace a Bernabè. L’amministratore delegato ha le sue buone ragioni. Perché la rete è privata e nessuno la può espropriare, ma soprattutto non vuol veder deprezzata la società che amministra.
La svolta matura nell’autunno scorso. E il 29 ottobre il Corriereconomia, l’inserto del lunedì, pubblica un articolo intitolato “la svolta dei soci”. Geronzi e Bazoli discutono con Bernabè sulle strategie, chiarendo di non essere soddisfatti, come azionisti di riferimento, dell’andamento aziendale. Chiedono un piano di sviluppo. Il gruppo è fermo, chiuso in difesa, paralizzato dai debiti, ben 34 miliardi su ricavi di 27 miliardi. Con un profilo tutto domestico: l’Italia genera il 70 per cento del fatturato e il 90 per cento degli utili. Non a caso ieri Alessandro Profumo di Unicredit, parlando in un convegno dell’Abi, ha detto che Telecom non è più tra i grandi gruppi internazionali.
Anche Tim perde colpi e clienti, sotto l’incalzare dei concorrenti. I telefonini sono ormai un prodotto maturo. Si compete sui servizi e su piani tariffari sempre più arzigogolati. Ma quanto grasso potrà essere ancora spalmato restando nell’orticello di casa? Davvero poco. Telecom appare un’azienda perennemente in trincea, mentre attorno il mondo cambia. Un mondo di convergenza tra mezzi, veicoli, contenuti e contenitori. Un mondo dove Google fa la differenza e persino i tycoon dei media annaspano. Occorre un salto che il gruppo italiano non appare in grado di compiere da solo.
Bernabè respinge le critiche come ingenerose. Più volte ricorda il passato. Che senza dubbio è un macigno. Sulla Repubblica, in particolare, si moltiplicano i riferimenti agli anni di Tronchetti come fonte delle difficoltà attuali. Ricostruzioni spietate che dimenticano operazioni di successo come l’adsl o prodotti come Alice, che nel 2006 hanno fatto scrivere all’Agcom: “Pur partendo da posizioni di retroguardia, l’Italia sta crescendo con un ritmo di incremento del 187 per cento in due anni: con 7 milioni di linee a banda larga è il quarto paese europeo”. Qualcuno dice che dietro ci sia una vecchia rivalità tra De Benedetti e Tronchetti Provera. Ai tempi dell’operazione Telecom, l’Ingegnere era nel consiglio di amministrazione Pirelli, espresse perplessità, poi diede via libera.
Bernabè respinge le critiche come ingenerose. Più volte ricorda il passato. Che senza dubbio è un macigno. Sulla Repubblica, in particolare, si moltiplicano i riferimenti agli anni di Tronchetti come fonte delle difficoltà attuali. Ricostruzioni spietate che dimenticano operazioni di successo come l’adsl o prodotti come Alice, che nel 2006 hanno fatto scrivere all’Agcom: “Pur partendo da posizioni di retroguardia, l’Italia sta crescendo con un ritmo di incremento del 187 per cento in due anni: con 7 milioni di linee a banda larga è il quarto paese europeo”. Qualcuno dice che dietro ci sia una vecchia rivalità tra De Benedetti e Tronchetti Provera. Ai tempi dell’operazione Telecom, l’Ingegnere era nel consiglio di amministrazione Pirelli, espresse perplessità, poi diede via libera.
Mesi dopo, i dubbi divennero critica aperta. Può darsi. La ruggine una volta sedimentata è difficile da togliere. E senza dubbio tra i due non passa una buona chimica personale, ancor meno da quando Marco De Benedetti non è più al vertice di Tim.
Eppure, in questa fase lo stesso editore di Repubblica potrebbe trarre vantaggio da una pace telefonica. Il progetto sulla rete prevede l’ingresso dei maggiori investitori italiani e De Benedetti sarebbe disposto a partecipare. Se il futuro è la convergenza e i contenuti editoriali passano sempre più attraverso Internet e i cavi telefonici, il nuovo assetto apre uno scenario che interessa i proprietari di giornali e reti tv. C’è chi interpreta sotto questa luce anche il cambio alla Cassa depositi e prestiti. Lascia Massimo Varazzani che si è sempre opposto all’ingresso nelle telecomunicazioni della società di stato (il 70 per cento appartiene al Tesoro). Sono patate bollenti che non spettano a un istituto che deve finanziare i comuni e le piccole imprese. Adesso arriva un manager bazoliano: Giovanni Gorno Tampini, direttore generale di Mittel. Ha una esperienza da banchiere d’affari. Potrebbe essere l’uomo della svolta, che in più garantisce sia Giulio Tremonti sia gli stessi azionisti Telecom.
Eppure, in questa fase lo stesso editore di Repubblica potrebbe trarre vantaggio da una pace telefonica. Il progetto sulla rete prevede l’ingresso dei maggiori investitori italiani e De Benedetti sarebbe disposto a partecipare. Se il futuro è la convergenza e i contenuti editoriali passano sempre più attraverso Internet e i cavi telefonici, il nuovo assetto apre uno scenario che interessa i proprietari di giornali e reti tv. C’è chi interpreta sotto questa luce anche il cambio alla Cassa depositi e prestiti. Lascia Massimo Varazzani che si è sempre opposto all’ingresso nelle telecomunicazioni della società di stato (il 70 per cento appartiene al Tesoro). Sono patate bollenti che non spettano a un istituto che deve finanziare i comuni e le piccole imprese. Adesso arriva un manager bazoliano: Giovanni Gorno Tampini, direttore generale di Mittel. Ha una esperienza da banchiere d’affari. Potrebbe essere l’uomo della svolta, che in più garantisce sia Giulio Tremonti sia gli stessi azionisti Telecom.
Il cantiere, dunque, è aperto. Le discussioni tra gli azionisti italiani e spagnoli si sono fatte più intense. Con una escalation durante il mese scorso: il 2 febbraio Repubblica esce con il via libera di Silvio Berlusconi alla fusione Telefonica-Telecom, il giorno dopo alla Camera il governo ribadisce che “la rete è strategica”, il 10 Bernabè si incontra con Julio Linares, il numero uno operativo della compagnia spagnola, il 15 si tiene un vertice Geronzi-Bazoli. Lunedì 22, Il Corriereconomia, per la penna di Massimo Mucchetti, illustra un “piano B” alternativo a Telefonica che prevede l’uscita da tutto quello che non è essenziale, concentrandosi nella telefonia italiana e vendendo tutto il resto, da Tim Brasile alla tv, per abbattere il debito. Circola persino un organigramma che lascia l’ad di Telecom Italia in carica per la società nazionale. Con o senza la rete? E’ chiaro che se non avesse più l’infrastruttura, sarebbe poca cosa.
Raramente una compagnia privata, un grande gruppo industriale, viene vivisezionato, smontato e rimontato da azionisti, analisti, stampa. In genere accade in situazioni di crisi estrema. Era successo alla Fiat dal 2002 al 2004, tra la morte dell’Avvocato e quella di Umberto Agnelli. Ma, appunto, la casa automobilistica allora era in coma. E’ così anche per Telecom? Nonostante le difficoltà, i conti non giustificano un tale pessimismo. Quel che manca, semmai, è uno sguardo di medio periodo, una strategia. Repubblica scrive che lo scandalo Sparkle è l’occasione per rimettere tutto in discussione, a vantaggio di “SuperFranco”. Certo, i tempi si allungano. Rinviato il bilancio e l’assemblea alla fine del mese, Telefonica frena e assicura che la partnership va bene così. Si moltiplicano i segni di nervosismo anche clamorosi, come la cancellazione da parte de La7 di una puntata dell’Infedele dedicata alla truffa carosello. Bernabè si sente con le spalle al muro e teme che vengano prese decisioni strategiche sulla sua testa. Non si oppone alla fusione, ma vorrebbe pilotarla e non esserne travolto. E’ comprensibile. E si capiscono anche sospetti, dietrologie, scenari ai limiti del paranormale. La guerra telefonica si è sempre combattuta con duelli all’ultimo sangue. Anche per questo non è male se alla fine scoppia la pace.